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Dopo Arturo, Gaetano. A Napoli continua la violenza giovanile nelle strade. "Violenza assurda", tuona il questore". "Chi sarà il prossimo?" si chiede la mamma del 15enne aggredito all'ingresso della stazione metro linea 1 di Chiaiano, nella periferria settentrionale del capoluogo, ieri pomeriggio.

Gaetano, 15 anni, è stato assalito da un branco di una quindicina di ragazzini ieri pomeriggio. Adesso è in ospedale, dove a seguito di un'operazione gli è stata asportata la milza lesionata. Intorno alle 18.30 di ieri era in compagnia di due cugini e stava andando a Qualiano quando è stato preso di mira da un gruppo di giovanissimi, verosimilmente coetanei.

E dopo il ferimento del figlio 15enne la mamma lancia un appello: "Chi ha visto qualcosa che può servire alla forze dell'ordine ci aiuti e sporga denuncia", ha detto. E ha aggiunto: "Tutto questo deve finire".

 

 

La mamma del 15enne pestato a Napoli: "Quando finirà questa violenza. Chiedo giustizia"

Parla di "assurda e immotivata violenza aggressiva di un branco" il questore di Napoli, Antonio De Iesu. "Stiamo sul pezzo - assicura - da ieri sera si stanno estrapolando immagini e ricostruendo i fatti. Abbiamo elementi investigativi su cui orientare le indagini".

Il questore chiama in causa il contesto ambientale ma anche l'assenza di collaborazione dei cittadini: "Anche questa volta nessuno ci ha chiamato per raccontarci quanto successo".

Dalla ricostruzione dell'accaduto è emerso che il branco di ragazzi ha preso di mira un gruppetto di adolescenti per futili motivi, composto da una quindicina di persone.

I due cugini della giovane vittima sono riusciti a evitare il peggio, il terzo invece è rimasto in balia degli aggressori che hanno infierito su di lui con pugni e calci, poi lo hanno lasciato a terra ferito. Per fortuna poco dopo ha incontrato il papà di un suo amico che lo ha accompagnato a Melito. A casa, è
apparso subito in condizioni tali da richiedere l’intervento dei medici.

Quindicenne pestato a Napoli, il medico: "Siamo intervenuti d'urgenza, ma siamo fiduciosi"

Accompagnato da uno zio al pronto soccorso dell’ospedale di Giugliano, è stato operato ieri sera a causa delle lesioni riportate alla milza. La prognosi è riservata, ma i medici sono ottimisti e il ragazzino è vigile. Sull’episodio indagano adesso i poliziotti del commissariato di Giugliano, gli agenti del commissariato Chiaiano e la squadra mobile.

[Fonte / Web: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/01/13/news/chiaiano_la_mamma_del_15enne_aggredito_chi_ha_visto_denunci_-186423678/?ref=fbpr ]

Articolo della rivista "Montagnana Oggi".

Ringrazio Montagnana Oggi per l'articolo .
Colgo l'occasione per ricordare l'apertura degli sportelli da venerdì 12 per il territorio di Este e da sabato 13 per il territorio di Montagnana c.m
--- Annapaola Borghesan

 

Incontro con 400 maestri cattolici. “La scommessa- ha detto il Papa - è quella di cooperare a formare ragazzi aperti e interessati alla realtà che li circonda, capaci di cura e di tenerezza, penso ai bulli, che siano liberi dal pregiudizio diffuso secondo il quale per valere bisogna essere competitivi, aggressivi, duri verso gli altri, specialmente verso chi è diverso, straniero o chi in qualsiasi modo è visto come ostacolo alla propria affermazione. Questa purtroppo è un’“aria” che spesso i nostri bambini respirano, e il rimedio è fare in modo che possano respirare un’aria diversa, più sana, più umana”
(articolo di Carlo Di Cicco, vaticanista)

Che i bulli e il bullismo dei ragazzi non piacesse a Francesco era noto, ma il Papa parlando in Vaticano a 400 maestri cattolici ricevuti al termine del loro congresso nazionale ha ribadito il suo giudizio negativo verso questa forma di aggressività che sta arrecando un crescente allarme tra i genitori e nell’ambito della scuola.

Poteva sembrare un incontro di routine ma così non è stato per le cose che Papa Francesco ha raccomandato. Lui stesso le ha sintetizzate in tre punti come attenzioni emergenti al nuovo contesto sociale e culturale di cui la scuola e i maestri cristiani devono tener conto. Il Congresso dell’Aimc ha discusso del tema “memoria e futuro. Periferie e frontiere dei saperi professionali”. Tema del tutto allineato alla sensibilità nuova che il papa argentino sta cercando di far accogliere ampiamente nel servizio educativo e pedagogico della Chiesa.

Perciò ha intrattenuto i suoi ospiti su tre punti che suggerisce diventino impegno dei maestri cattolici: la cultura dell’incontro, l’alleanza tra scuola e famiglia e l’educazione ecologica. In particolare quest’ultimo punto ha sollecitato la zampata tipica del Papa che rileva il problema suggerendo anche il rimedio che possa amalgamare il vecchio e il nuovo. Al pari del bullismo a Francesco non piace l’ecologia schizofrenica di quella cioè che si preoccupa degli animali in estinzione ma si disinteressa degli anziani o li emargina. Occorre uno sguardo attento all’insieme dell’equilibrio della creazione.

Quanti si trovano impegnati per via dei figli a un contatto quotidiano con la scuola, si trovano spesso delusi e rammaricati della scarsità educativa e didattica che non di rado va emergendo specialmente nella scuola primaria che rimane fondamentale per la futura crescita dei bambini. Gli insegnanti cristiani sia che operino in scuole cattoliche sia statali in un tempo di allargamento della società alle varie etnie che immigrazione comporta, sono chiamati “a stimolare negli alunni l’apertura all’altro come volto, come persona, come fratello e sorella da conoscere e rispettare, con la sua storia, i suoi pregi e difetti, ricchezze e limiti.

La scommessa è quella di cooperare a formare ragazzi aperti e interessati alla realtà che li circonda, capaci di cura e di tenerezza – penso ai bulli –, che siano liberi dal pregiudizio diffuso secondo il quale per valere bisogna essere competitivi, aggressivi, duri verso gli altri, specialmente verso chi è diverso, straniero o chi in qualsiasi modo è visto come ostacolo alla propria affermazione. Questa purtroppo è un’“aria” che spesso i nostri bambini respirano, e il rimedio è fare in modo che possano respirare un’aria diversa, più sana, più umana. E per questo scopo è molto importante l’alleanza con i genitori”.

Bisogna “prendere atto dei mutamenti che hanno riguardato sia la famiglia sia la scuola, e rinnovare l’impegno per una costruttiva collaborazione – ossia, ricostruire l’alleanza e il patto educativo –per il bene dei bambini e dei ragazzi. E dal momento che questa sinergia non avviene più in modo “naturale”, bisogna favorirla in modo progettuale, anche con l’apporto di esperti in campo pedagogico. Ma prima ancora bisogna favorire una nuova “complicità” – sono cosciente dell’uso di questa parola –, una nuova complicità tra insegnanti e genitori. Anzitutto rinunciando a pensarsi come fronti contrapposti, colpevolizzandosi a vicenda”.

Quanto all’ecologia, Francesco ha ribadito un altro concetto su cui batte dall’inizio del Pontificato: su questo fronte si deve operare per una educazione ecologica integrale. L’educazione deve puntare “al senso di responsabilità: non a trasmettere slogan che altri dovrebbero attuare, ma a suscitare il gusto di sperimentare un’etica ecologica partendo da scelte e gesti di vita quotidiana”.

7 gennaio 2018

[Fonte / Web: http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/francesco-contro-bulli/ ]

 

«Forse gli psicologi daranno le loro spiegazioni di questa volontà di annientare l’altro perché è debole, ma io dico che questa è una delle tracce del peccato originale. Questa è opera di Satana», afferma Francesco nella messa a Santa Marta, la prima del 2018 dopo le vacanze. È evidente che sia così: «In Satana non c’è compassione».

E anche nella Bibbia, sottolinea il Pontefice nella sua omelia riportata da Vatican News, in cui commenta le letture della liturgia odierna, ci sono tracce di quest’odio che si trasforma in aggressione verbale e fisica. Il primo libro di Samuele, ad esempio, racconta la storia dei genitori del profeta, Anna e Elkanà che aveva due mogli: Anna era sterile, l’altra, Peninna, aveva dei figli. Peninnà, invece di consolare Anna non perde occasione per umiliarla e la maltratta con durezza ricordandole la sua sterilità. Qualcosa di simile accade anche con Agar e Sara, le donne di Abramo, di cui la seconda sterile. O con Golia di fronte a Davide o con la moglie di Giobbe e quella di Tobia che disprezzano i loro mariti sofferenti.

«Io mi domando: cosa c’è dentro queste persone? Cosa c’è dentro di noi, che ci porta a disprezzare, a maltrattare, a farci beffa dei più deboli?», riflette Papa Francesco. «Si capisce che uno se la prenda con uno che è più forte: può essere l’invidia che ti porta … Ma i più deboli? Cosa c’è dentro che ci porta? È una cosa che è abituale, come se io avessi bisogno di disprezzare l’altro per sentirmi sicuro. Come una necessità».

Necessità che si avverte già quando si è piccoli. Bergoglio ricorda in proposito un episodio personale: quello di Angiolina, una donna malata di mente che girava tutto il giorno per le strade del suo quartiere a Buenos Aires. «Le donne le davano qualcosa da mangiare, qualche vestito, ma i bambini la prendevano in giro. Si dicevano: “Andiamo a cercare la Angiolina per divertirci un po’”». «Quanta malvagità anche nei bambini!», osserva il Papa, «prendersela con il più debole!».

E oggi più che mai questa tendenza è andata crescendo: « Lo vediamo continuamente, nelle scuole, con il fenomeno del bullismo, aggredire il debole, perché tu sei grasso o perché tu sei così o tu sei straniero o perché tu sei nero, per questo… Aggredire, aggredire… I bambini, i ragazzi…», denuncia Francesco. E insiste: «Questo significa che c’è qualcosa dentro di noi che ci porta a questo. All’aggressione del debole. E credo che sia una delle tracce del peccato originale».

Un’opera di Satana, dunque.

Come quando in noi nasce il desiderio di fare un gesto di carità diciamo «è lo Spirito Santo che mi ispira a fare questo», così quando «ci accorgiamo che abbiamo dentro di noi questo desiderio di aggredire quello perché è debole, non dubitiamo: c’è il diavolo, lì. Perché questa è opera del diavolo, aggredire il debole», rimarca il Papa.

E conclude la sua omelia invitando a chiedere al Signore «la grazia della compassione». «Quella è di Dio», in Satana non vi è traccia; il Signore invece «ha compassione di noi e ci aiuta a camminare».

[Fonte / Web: http://www.lastampa.it/2018/01/08/vaticaninsider/ita/vaticano/il-papa-il-bullismo-opera-di-satana-quanta-malvagit-a-volte-nei-bambini-ivOwldwIvjQSxCbOmHC80M/pagina.html ]

Un nuovo caso di cyberbullismo, sempre a Modena, dopo il caso delle ragazze reggiane immortalate in selfie “hot”.

Questa volta attrici due studentesse “amiche”, una delle quali ha scattato delle immagini negli spogliatoi della palestra. Come riporta ilrestodelcarlino.it

Tra le immagini quella della sua migliore amica che viene ripresa nella parte bassa del corpo mentre è piegata.

La fotto finisce nei social e diventa virale. La ragazza vittima si rivolge al Dirigente scolastico che sospende l’amica, quindi alla polizia.

A quanto pare le due amiche qualche giorno prima avevano litigato, forse per un amore conteso.

Nessuno sconto da parte del pm che ha chiesto il giudizio per diffamazione a mezzo internet.

Un episodio che deve far riflettere sull’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione e sull’importante ruolo della scuola.

Ricordiamo che da quest’anno le scuole hanno il compito di promuovere l’educazione all’uso consapevole della rete internet e l’educazione ai diritti e ai doveri legati all’utilizzo delle tecnologie informatiche.

La succitata educazione è trasversale e può concretizzarsi tramite appositi progetti, aventi carattere di continuità tra i diversi gradi di istruzione ed elaborati singolarmente o in rete, in collaborazione con enti locali, servizi territoriali, organi di polizia, associazioni ed enti.

[Fonte / Web: https://www.orizzontescuola.it/fotografa-fondoschiena-della-compagna-palestra-immagine-postata-sui-sociale-giudici-diffamazione/ ]

Perché è importante
#IoStoConGiorgiaCingolani è una petizione rivolta alla Federazione Italiana Vela perché si parla di una giovane velista 15 enne molto promettente per la Vela Italiana, già Campionessa Mondiale per la classe Laser 4.7 U16 a luglio 2017, dopo soli 3 mesi dal cambio classe. Giovane atleta animata da grande Passione e Talento. Atleta di punta per 2 anni di uno dei circoli più blasonati d’Italia, la Fraglia Vela Riva, Circolo dal quale nell’agosto del 2016 decide di andar via per l’ambiente non più sereno dove continuare a crescere come atleta e come persona. Sua sorella Carlotta di 8 anni invece rimane in Fraglia ma immediatamente diviene vittima incolpevole ed oggetto di atti di bullismo e di isolamento, per vendetta alla sorella che aveva voluto cambiare circolo, vessata in ogni modo. Giorgia e’ stata fatta oggetto di fischi ogni volta che saliva sul podio dai suoi ex compagni di circolo, cosa più grave è che il Presidente del suo ex Circolo si è adoperato per cercare di ostacolare il suo tesseramento Fiv presso il nuovo Circolo sempre dell’Alto Garda. Per non far mancare nulla, durante l'Udienza innanzi al Tribunale Federale in discussione, l'Avvocato difensore del Circolo Fraglia Vela Riva accusa in modo denigrante e vergognoso Giorgia, che a suo dire sarebbe dedita all'alcol con la complicità della Madre, con l’aggravante che tali mendaci accuse sono state rivolte ad un soggetto minore di età e alla presenza di persone di tale importanza come: l Giudici Federale e il Procuratore Federale.

Si lancia questa petizione per mettere in luce fatti gravi in una società evoluta e che non ammette atti di violenza minorile e bullismo da parte società sportive e per pretendere una dovuta presa di posizione della Federazione stessa in difesa della sua tesserata Giorgia Cingolani

[Fonte / Web: https://secure.avaaz.org/it/petition/Federazione_Italiana_Vela_IoStoConGiorgiaCingolani_1/ ]

La fuoriclasse parla dell'anno appena trascorso ("Mi ha emozionato regalandomi il titolo di campionessa del mondo") ma affrontando anche un tema di attualità molto delicato"

ROMA - "Il 2017 mi ha emozionato regalandomi il titolo di campionessa del mondo. Dalla delusione e rabbia per il mancato podio di Rio, la gente non mi ha più mollato fino a Budapest 2017. Ho percepito un calore incredibile. Ho trovato l'oro che mi mancava. E ora sono serena". Federica Pellegrini rivive ai microfoni di Sky le emozioni dell'anno appena terminato. "Volevo che fosse proprio così il mio ultimo ricordo nel nuoto, da vincitrice. Non capita a tutti gli atleti questa fortuna. Un esempio più vicino a me è Gigi Buffon. Poi ho deciso di continuare fino a Tokyo 2020 Voglio levarmi qualche sfizio. Vado sui 100 stile, ho sempre avuto il pallino della velocità".

Pellegrini poi è passata ad un tema di attualità, affrontando quello delle molestie: "Si, ci sono anche nel nuoto. Non diventano casi eclatanti perché non riguardano atlete famose". Alle adolescenti, la campionessa ha consigliato di "denunciare subito ogni episodio" e poi ha fatto loro un appello: "Non mandate foto in giro perché non serve a niente. Il vero amore lo troverete tra 20 anni e di sicuro non vi sceglierà per una foto ignuda. Per favore, smettete questo circolo vizioso".

[Fonte / Web: http://www.repubblica.it/sport/vari/2018/01/01/news/pellegrini_obbiettivi-185622291/ ]

Allontanati da genitori violenti, disadattati o criminali alla maggiore età vengono abbandonati al loro destino

(di Giacomo Galeazzi)

La maggiore età è una mannaia sul sussidio. Da 70 a zero euro. «Per i 28mila ragazzi allontanati dalle famiglie d’origine, compiere 18 anni significa perdere ogni tutela: niente più assistenza, né vitto né alloggio – afferma Antonio Marziale, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria -. Sono privi di mezzi di sostentamento eppure formalmente adulti. Appena diventano maggiorenni non hanno più la sicurezza di un tetto e di un piatto a tavola. Perdono tutto». Per ciascun minore lo Stato paga in media 70 euro al giorno alle case famiglia e 130 euro alle comunità educative.

«A 18 anni si ritrovano soli, abbandonati al loro destino », racconta Cesare Romano, Garante della Campania che ha riunito al Centro direzionale di Napoli una delegazione di di neo-maggiorenni rimasti senza tutele e, con l’assistente sociale Carmela Grimaldi, gira in lungo e in largo la regione per promuovere i «gruppi appartamento» dove seguire e rendere autonomo con un contributo chi sta per diventare maggiorenne. Dietro il ghigno e i tatuaggi Valerio Anaclerio nasconde una sofferenza che gli fanno pesare come macigni i suoi pochi anni. «Al 18° compleanno sulla torta c’erano preoccupazioni invece di candeline», sorride. Finito in una casa famiglia ad Atripalda per un motorino rubato, dopo la morte della mamma non vuole tornare a Pozzuoli («non c’entro più niente lì»). La maggiore età come una disgrazia: «Senso di vuoto, precarietà, nessuna certezza».

Accanto a lui Ahmed Sahane annuisce. «Io 18 anni li compio ad agosto», dice con un filo di voce prima di ripercorrere la sua Via Crucis che inizia con la fuga dalla Somalia, lo scampato reclutamento da parte dell’Isis, le violenze degli scafisti e il fallito reinserimento nella famiglia dello zio in Svizzera. «Sogno di diventare cuoco»,conclude. Solo un giovane su tre rientra in famiglia dopo essere stato allontanato. E una famiglia di origine su tre è povera. I minori fuori dal nucleo di origine sono 28.449, divisi a metà tra famiglie affidatarie (14.194) e comunità residenziali (14.255). Patrizia Saraceno è la vicepresidente del Ceis, il Centro di solidarietà fondato a Roma da don Mario Picchi: all’Eur, nelle palazzine di via Ambrosini, si occupa dei gruppi di minorenni dagli 8 ai 18 anni. In Italia il 60% degli affidamenti si protrae per oltre 2 anni e il 31,7% supera i 4 anni.

«Arrivano da noi ragazzi italiani e di altre nazionalità – spiega Saraceno -. Alcuni escono dai centri di accoglienza, altri ce li portano i carabinieri che li trovano per strada o sono mandati qui dai tribunali dei minori per graviproblemi familiari. Vivono la comunità come una seconda casa, condividono difficoltà e mansioni interne». Perciò, aggiunge, «non scopriamo il giorno prima che stanno per compiere 18 anni e prevediamo un percorso per ciascuno neo-maggiorenne: raggiunta la maggiore età, li teniamo anche se non riceviamo più fondi». Laddove non intervengano strutture non profit, i neo-18enni fuori dalla famiglia si ritrovano senza alcun sostegno.

«Chi si occupa di loro, lo fa a proprie spese, non ha alcun sussidio pubblico, come don Giacomo Panizza alla comunità Progetto Sud di Lamezia Terme – sottolinea Marziale -.In questa condizione di abbandono, molti ragazzi per sopravvivere diventano manovalanza per i clan criminali, per il caporalato o finiscono nei circuiti della prostituzione. Far uscire dal Welfare statale i neo 18enni significa consegnarli al business dell’illegalità». Alla base c’è «un vuoto legislativo», denuncia Marziale: «Quando un ragazzo diventa maggiorenne, le strutture di accoglienza devono mantenerlo con i loro mezzi quindi non sono in condizione nè hanno interesse a tenerlo ancora».

Oggi, precisa, «ci sono molte richieste per aprire case famiglie destinate ai minori, mentre nessuno si interessa ai neo-maggiorenni che vengono espulsi dal circuito dell’accoglienza come merce scaduta: si guadagna coi minori, non con i 18enni». A Reggio Emilia, nei comuni della Val d’Enza, si sono organizzati per fronteggiare il disagio. «Continuiamo a seguirli per dare compimento ai progetti individuali dei neo – maggiorenni – racconta Federica Anghinolfi, responsabile del servizio sociale integrato -. Il tribunale per i minori può richiedere che i servizi sociali proseguano nel loro impegno. Inoltre i genitori sono obbligati, anche se decaduti dalla responsabilità familiare, ad ottemperare al mantenimento dei figli, ma ciò non succede mai malgrado sia un reato perseguibile penalmente». Soprattutto nel Mezzogiorno è un’emergenza. «Dove vado senza lavoro?»,chiede Youssouf Kone. 18 anni li ha compiuti a novembre ma per ora resta a Casa Vanni, a Marano, nella periferia di Napoli, come «mediatore culturale volontario».

Lavora in nero come fruttivendolo e manda 90 euro a trimestre alla sua famiglia in Costa d’Avorio («mio fratello è morto in un incidente»). Con 13 anni di vita in comunità Christian Mustafa, di etnia Sinti, ascolta Youssouf come la traccia di una biografia condivisa. «Possibilità ce ne sono poche, è davvero dura»,sospira. Sanno bene quanto sia difficile trovare una strada per mantenersi fuori dalla comunità Rosario Giovanni Pepe e Antonella Tomasetta che da più di vent’anni in provincia di Avellino accolgono in casa minori tolti dai servizi sociali a famiglie disastrate o mandati da loro in prova dai tribunali minorili per evitare il processo. «Vengono eliminati dal sistema degli aiuti pubblici senza che siano pronti a camminare con le proprie gambe», osserva Pepe che poi descrive il «Far West delle rette negoziate con i sindaci per l’accoglienza di ciascun minore».

Nessuna progettazione, concordano i garanti. Contro la «corsa al ribasso delle rette per accaparrarsi fette di mercato» in Campania Romano ha riunito enti locali e comunità per fissare regole e tariffe, mentre in Calabria Marziale, monitorando come vengono accolti i minori, ha scoperto che molti, soprattutto stranieri fuggono dalle strutture. «E’ un esercito invisibile di cui non si sa più nulla: è appena venuta da me la responsabile di tre ragazzi che non si trovano più – accusa. – L’assistenza è resa confusa e burocratizzata tra livello statale, regionale e comunale, intanto esce dai radar una gioventù lasciata a sè stessa. Sono ragazzi che hanno alle spalle situazioni terribili e non possono tornare indietro. A 18 anni lo Stato non versa più un euro per loro. Abbandonarli significa perderli, far finta di niente è orrendo».

[Fonte / Web: http://www.lastampa.it/2017/07/31/italia/cronache/ragazzi-senza-famiglia-i-anni-sono-un-incubo-perdiamo-casa-e-vitto-r3aNaopIO3RRMRMzGUQ90K/pagina.html ]

 

Il fenomeno riguarda 3 ragazzi su 10, i tentativi di togliersi la vita sono messaggi alla scuola

Roma, 12 dic. (AdnKronos Salute) - Roma, Napoli, Cefalù: ragazzi che si tolgono la vita o tentano di farlo a scuola. "Da ottobre ad oggi già tre casi che fanno riflettere, perché quando si arriva a un gesto dimostrativo in classe, è implicito il messaggio alla scuola stessa che in primo luogo dovrebbe tutelare i ragazzi. E' il forte dolore che si prova, non essendo stati ascoltati, quel che si vuole mostrare con un atto così estremo". A affermarlo all'AdnKronos è la psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell'Osservatorio nazionale adolescenza, parlando dell'ultimo caso di un ragazzino che ha minacciato di darsi fuoco davanti ai compagni a Cefalù, nel Palermitano. Secondo gli investigatori, il 12enne sarebbe vittima di bullismo.

"Di bullismo parliamo quando i casi diventano cronaca. Ancora oggi si tende a sottovalutare un fenomeno che necessita di prevenzione seria dal momento che si registrano casi già alle materne", sottolinea Manca ricordando alcuni "allarmanti" dati di uno studio dell'Osservatorio, secondo cui 3 ragazzi su 10 sono vittime di bullismo . Il 46% ha pensato almeno una volta al suicidio e il 32% di conseguenza ha messo in atto condotte autolesive. Il 75% dopo le prevaricazioni dei coetanei sviluppa forme di depressione.

"Il gesto estremo è solo un fortissimo grido d'aiuto al culmine magari di anni di aggressioni e offese subite", dice la psicoterapeuta, evidenziando che i comportamenti dei bulli "ancora oggi vengono scambiati per bambinate, bravate".

Secondo l'esperta, quel che è necessario dunque "è cambiare l'approccio" nel modo di comunicare ai ragazzi, nel modo di affrontare la questione "fornendo strumenti là dove non ci sono". D'altronde, chiede, "come fanno i ragazzi a denunciare il bullismo se loro stessi non lo sanno riconoscere?". Non bastano le leggi che ci sono, "perché quando si arriva a sanzionare un comportamento grave vuol dire che c'è stato un fallimento precedente", incalza Manca a giudizio della quale "si deve intervenire in maniera più specifica e più efficace": dal punto di vista preventivo "si fanno incontri teorici, ma poco pratici, rischiando di non arrivare mai al fulcro della questione".

"Se certi modi di relazionarsi con i coetanei non vengono corretti da piccoli, quegli stessi comportamenti rischiano diventare normalità in adolescenza", osserva la psicoterapeuta ribadendo che la prevenzione deve partire dall'infanzia.

"Il corpo docente deve esse obbligatoriamente formato; deve anche essere valutata la qualità dei formatori; bisogna studiare i singoli casi e lavorare fin dalle scuole materne". Questa la 'ricetta' della presidente dell'Osservatorio adolescenza per evitare che "la maggior parte degli episodi di bullismo, come succede oggi, non vengano riconosciuti né dai genitori, né dal corpo docente, né dai ragazzi stessi".

[Fonte Web / La Sicilia: http://www.lasicilia.it/news/salute/126896/bullismo-osservatorio-adolescenza-meta-vittime-ha-pensato-al-suicidio.html#.Wj56BLgMTy8.facebook ]